Il Medio Oriente Post-Americano Il ridispiegamento dell’Impero

Mappa Sykes-PicotDalla Geopolitica dei “grandi spazi” e dello “Jus publicum europaeum” alle rotte e ai nodi della post-statualità

L’onda della globalizzazione di fine secolo, ha rappresentato il punto alto dello sviluppo dell’ordine liberale dell’Occidente incardinato sui principi dell’ “jus publicum europaeum” ( 1648, pace di Westfalia: nascita della statualità moderna; principi del 1776 e del 1789: popolo in armi e diritti del cittadino; 1815: concerto delle potenze, politica dell’equilibrio e occupazione coloniale dei “grandi spazi”; Jalta, 1945: l’equilibrio bipolare e la spartizione dei “Grandi spazi”; Caduta del muro di Berlino,1989: fine dell’equilibrio bipolare e avvento dell’egemonia imperiale occidentale) ma ne ha anche segnato la fase del suo oltrepassamento. Dopo il periodo di forte espansione dell’ordine imperiale, sorretto dell’onda della globalizzazione tecno-finanziaria, della baldanza dell’esportazione della democrazia e della lotta agli Stati canaglia, la potenza americana è chiamata a fare i conti con una nuova geografia, l’irruzione della dimensione aereo reticolare, del cyberspazio; l’antropologia con le sue persistenze teologico-politiche, la rinascita di contrapposizioni territoriali legate al controllo degli accessi ai nodi, dei grandi mercati ( le grandi megalopoli o aree a sviluppo diffuso e fortemente antropizzate), degli stretti delle rotte oceaniche, delle reti delle “pipe-line” e dei gasdotti.

Il divergente accordo

I principi della moderna statualità, affermati con la pace europea del 1648, e quelli del cittadino, con l’89, scandiscono, anche in modo divergente, lo sviluppo dell’Occidente liberale. La tensione mai accordata ma mai del tutto infranta tra Hobbes, Rousseau e Thoreau è il motore delle sorti magnifiche e progressive della storia occidentale che si fa storia del mondo. Il paradigma della “fine della storia” che sul morire del secolo pensava ad un’armonizzazione delle dissonanze con la giuridicizzazione dei diritti e riduzione dello Stato a mero organo della giuridisdizione, al quale è sottratta la decisione politica, – quella della discrezione che media e decide tra i diritti fondamentali – , apre paradossalmente la strada ad una nuova diffusa conflittualità che deborda dal terreno dell’ordine pubblico a quello della guerra civile strisciante.

L’America dal realismo entusiasta all’idealismo riluttante: mantenere la calma e portare l’ordine liberale

Obiettivi e mezzi della politica imperiale

L’ordine imperiale della tarda statualità si pone oltre il classico ordinamento liberale del ventesimo secolo. La geopolitica della potenza egemone nei primi tre lustri del nuovo secolo e segnata da due passaggi fondamentali, il primo sancito all’indomani dell’11 settembre 2001 nel “The National Security Strategy of the United States of America” del 17 settembre 2002, dove, il Presidente Bush ribadiva..” The great struggles of the twentieth century between liberty and totalitarianism ended with a decisive victory for the forces of freedom – and a single sustainable model for National success: freedom, democracy, and free enterprise. ……. Defending our Nation against its enemies is the first… commitment … Today….. Terrorist are organized to penetrate open societies and to turn the power of modern technologies against us…… The war against terrorist of global reach is an global enterprise of uncertain duration…. And America will hold to account nations that are compromised by terror, including those who harbor terrorist – because the allies of terror are the enemies of civilization ….” . La lotta al terrorismo, la Guerra contro gli Stati Canaglia, l’esportazione della democrazia rappresentano le priorità americane dei primo decennio del nuovo secolo. La Potenza egemone assume il ruolo di gendarme del mondo libero. Ma la guerra condotta con armi classiche contro questo nemico inedito ( esercito, marina e aeronautica) si confonde e si scontra con la guerra asimmetrica ( esercito contro milizie tribali o religiose); il campo di battaglia si globalizza, invade le strade e le piazze occidentali, si trasferisce nel cyberspace, sconfinando in vere azioni di polizia e di controllo dell’ordine pubblico. Le campagne di conquista militare si sovrappongono alle azione di “State building” sempre più complesse. Al cambiamento degli obiettivi non risponde un adeguamento dei mezzi. Riconsiderazione dei mezzi e degli strumenti che pure era avvertita nell’Amministrazione (Donald Rumsfeld e il suo tentativo di riforma delle forze armate).

Il secondo step della geopolitica americana codificato nel “National Security Strategy” del febbraio 2015, con il quale l’Amministrazione sottolinea ..” Now… we continue to face serious challenge to our national security …. Violent extremism and an evolving terrorist threat rise a persistent risk of attacks on America and our allies ….. Escalating challenges to cybersecurity, aggression by Russia, Our rebalance to Asia and the Pacific…. The scope of our cooperation with China is unprecedented, even as we remain alert to China’s military modernization….. stopping the spread of nuclear weapons… commitment to the advancement of democracy and human right and building new coalition to combat … The United States will always defend our interest and uphold our commitment to allies and partners. .., ridisegna il ruolo dell’America nello scacchiere globale con una maggiore consapevolezza che la ridefinizione degli obiettivi va raccordata con un impiego consapevole dei mezzi. Nel nuovo contesto compaiono anche le nuove sfide di carattere ambientale, mentre ancora defilata all’orizzonte si profila la prossima sfida globale per il controllo delle risorse idriche e dei più grandi dissalatori mondiali: il Polo nord e la competizione tra Russia e il blocco Nord Americano (USA, Canada) e i ghiacciai della catena Himalaiana e la competizione Cino-Indiana.

Il Medio Oriente: oltre la geografia Sykes – Picot

Nel quadro sottosistemico la regione Mediorientale che vive una fase di relativa marginalizzazione prospettica nel quadro globale, a causa della relativa perdita di centralità come fonte energetica, assume oggi una forte potenzialità politico simbolica.

Il lungo periodo di supremazia americana in Medio Oriente è Finito

Il Medio Oriente è troppo complesso per un singolo paradigma. Dopo generazioni di stagnazione autoritaria, intramezzata da momenti di repressione interna e da guerre interstatali, negli anni recenti il Medio Oriente ha iniziato a muoversi. Il vecchio ordine del Medio Oriente è stato seriamente scosso; dove persiste o è stato restaurato, così come in Arabia Saudita o in Egitto, zoppica. I regimi sono apertamente contestati, hanno perso la confidenza dei loro popoli e non rappresentano più una soluzione di permanenza.

La crescita del radicalismo islamico, l’invasione dell’Iraq e caotica gestione dell’uscita, le sollevazioni della Primavera Araba e i suoi sanguinosi esiti, l’acuirsi dello scontro infra-sunniti, la drastica caduta del prezzo del “greggio”, il successo del negoziato con l’Iran, sono i processi di quella che potrebbe essere configurata come la nuova era e che suscitano una serie di domande: quali sono i contorni di questo nuovo Medio Oriente? Washington continuerà a ritirarsi dalla sua funzione di guida e tutor della regione, o svilupperà un rinnovato appetito per una nuova fase di intervento? Come i recenti sviluppi rimescoleranno gli allineamenti e le alleanze?Quali saranno i ruoli della Russia e della Turchia? Come si collocherà Israele nel conflitto intra-islamico; infra-sunnita e in quelli interetnici o infra-arabi che squassano la regione?

Queste sono le questioni a cui bisogna cercare di rispondere scavando nei recenti sconvolgimenti e le implicazioni per le implicazioni sulle scelte Americane e i nuovi assetti della geopolitica “mediorientale”. L’approccio della Presidenza democratica con la rinuncia alle “operazioni sul terreno” ( dispiegamento di truppe nelle zone di operazioni) e le attività di “State building” ( azioni di ricostruzione istituzioni improntate ai canoni dello stato di diritto) hanno ridotto drasticamente le capacità di influenza diretta degli Stati Uniti nello scacchiere “Medio Orientale”.

Medio Oriente e questione nucleare

Come prevenire l’atomica iraniana, dalla guerra di Podhorez alla deterrenza di Obama. Per Norman Podhorez il dilemma dell’atomica iraniana si poneva semplicemente tra la necessità di: “una guerra convenzionale ora o una guerra nucleare poi”. L’amministrazione democratica ha invece puntato decisamente sull’accordo e la deterrenza. Anche se il recente accordo con L’Iran per garantire con efficacia la deterrenza dovrebbe essere completato con un’esplicita minaccia militare in risposta a frodi. Sul versante Iraniano andrebbero valutate le necessarie riforme per cogliere i benefici della modifica del regime delle sanzioni. E decifrare se dopo l’accordo l’Iran sceglierà il conflitto a l’integrazione o una mistura delle due per affermare le sue mire di potenza regionale.

Le nuove forme della guerra civile mondiale: oltre l’antiterrorismo

Obama e il terrorismo. Piaccia o no, la guerra continua. Combattere il terrorismo richiede oggi non solo la prevenzione di un nuovo 11 settembre, ma anche la capacità di interagire con le nuove forme di guerra civile – interislamica – di prevenire i conflitti e di sperimentare nuove forme di “state building”. La lotta al terrorismo richiede metodi che trascendono dall’attuale strategia antiterrorista. Gli attacchi con i droni, gli arresti e l’eliminazione dei comandanti chiave può funzionare con i gruppi tradizionali o i piccoli ma con gli attuali gruppi radicalizzati questa strategia è oggi insufficiente. La lotta al terrorismo richiede l’attività combinata dell’incisività e potenza dell’attacco, della flessibilità e specificità dell’azione militare, dell’attività di intelligence e di un’aggressiva diplomazia per evitare che gli Stati della regione usino il terrorismo in altri Stati per raggiungere i propri obbiettivi politici, come il Pakistan rispetto all’India e l’Arabia Saudita rispetto allo Yemen. Risolvere le conflittualità fra gli Stati depotenzia il terrorismo Privilegiare l’azione a lungo termine di consolidamento delle istituzioni e la loro stabilizzazione. Rassicurare gli alleati ed incoraggiare le riforme può essere la chiave di volta per la stabilizzazione dell’area.

ISIS come Stato rivoluzionario: una nuova svolta in una vecchia storia

Il confronto con l’ISIS impone una rivisitazione strategica della combinazione dei mezzi militari. Nuove forme di cyber war che combina il controllo del cyberspace, l’arma aerea, truppe speciali sul territorio e nuove tecniche di “state building

Ordine imperiale e potenze regionali

Quali soggetti dell’Ordine mediorientale? A fianco dei classici soggetti dell’ordine mediorientale (Stati Uniti, Consiglio di Cooperazione Islamica, l’Egitto e Israele) si affacciano prepotentemente ed anche in termini conflittuali: l’Iran e due nuovi soggetti formalmente extra regionali ma fortemente determinati ad intervenire nel determinare i nuovi assetti, la Russia e la Turchia.

Russia e Turchia: convergenza e divergenze delle potenze regionali nello scacchiere mediorientale

Il nuovo Medio Oriente rimane un lavoro in progress, dall’Iraq alla Siria, dalla Libia allo Yemen nessuno conosce come se cose si assesteranno quando la polvere sollevata dalle dilacerazioni teologico-politiche ed economiche si poserà. La rinnovata attività della Russia di Putin e le attuali frizioni con la Turchia risentono di un riflesso condizionato di nostalgia dell’impianto bipolare. La preferenza del leader russo per le tecniche dei giochi di equilibrio ed sfere di egemonia sconta due difficoltà: le politiche di equilibrio necessitano di territori dotati di una statualità forte capace di un controllo territoriale e sociale capillare, cosa che non è presente nell’area ed è in via di superamento in generale; la potenze egemoni hanno bisogno di risorse che le rendite territoriali dell’area non sono in grado di garantire; che l’attuale fase della congiuntura economica russa e lo stato di modernizzazione delle forze militari russe non sembrano in grado di garantire; la normalizzazione dell’area siriana potrebbe riaprire tensioni di ritorno nelle aree dell’islam russo.

Lo “state building” oltre la statualità post-coloniale

Il futuro assetto istituzionale dell’Iraq può rappresentare un’ipotesi di ricomposizione di gran parte delle attuali vertenze etnico-teologiche ed economiche presenti nell’area. La ricostruzione dell’assetto mediorientale non potrà ripristinare la geografia istituzionale imposta, con l’accordo Sykes – Picot, dalla potenze coloniali, secondo le rispettive sfere d’influenza e contro la geografia fisica, storica e tribale. Il territorio è oggi fortemente discriminato da radicamenti teologici. La principale frattura di inimicizia è sicuramente rappresentata dall’Islamismo contro l’Ebraismo. Ma oggi, la frattura teologico-politica dell’inimicizia mobilitante è quella intra-islamica tra Sciiti e Sunniti e come ulteriore frattura sottosistemica nel mondo sunnita tra Salafiti ( antenati devoti) – movimento di rinascita islamica nato nel IXX secolo per contrastare la spinta colonizzatrice dell’occidente – e le elites (in primo luogo quelle saudite) al potere accusate di essere subalterne all’Occidente. L’inimicizia teologico-politica si sta dimostrando come l’arma più potente del medio oriente dove la continua radicalizzazione funziona da agglutinatore che assorbe le contraddizioni secondarie subordinandole alla principale. In questo contesto di forte pressione, per la ripresa d’iniziativa dell’Iran nell’area della mezzaluna sciita ( Iraq, Siria, Libano) la monarchia Saudita che pur aveva resistito alle prime pressioni delle primavere arabe, anche a causa della stagnazione-recessione per la caduta del prezzo del petrolio, rappresenta l’anello debole per la stabilizzazione dell’area.

Egitto e Arabia Saudita i pilastri d’argilla dell’attuale assetto Mediorientale

Progetti di riorganizzazione territoriali oltre la geografia dell’accordo del 1916 potrebbero configurarsi come le scelte meno problematica per il futuro dell’intera are. In questo contesto di reciproca debolezza ne l’Egitto, ne l’Arabia Saudita sono oggi in grado di guidare una “conferenza araba o islamica” per discutere il futuro dell’area. All’orizzonte appaiono possibili soluzioni di “State building”. Quello Iracheno basato sull’articolazione di aree autonome Curda, Sunnita, Sciita, anche se rimane problematica la questione del controllo dei pozzi del petrolio e delle risorse idriche. Mentre per la Siria lo scenario si presenta più caotico, anche se si possono delineare un’area Alauita a ridosso della zona montuosa e marittima, una sciita, ed una sunnita radicale, come forma di legalizzazione dell’ISIS

Perché Israele aspetta? La non soluzione come strategia.

In un contesto fortemente caotico come quello attuale dove hanno il sopravvento le così dette contraddizioni secondarie mantenere il conflitto con i palestinesi a bassa intensità può essere un’accorta scelta tattica ma comunque non risolutiva. La marginalizzazione della questa palestinese nel mare dell’inimicizia intra-araba potrebbe portare ad una radicalizzazione delle elites palestinesi che rigiocherebbero sulla radicalizzazione la loro rendita politica-economica.

Il possibile asse Israele, Egitto, Arabia Saudita, sconta sia la predizione di Nail Ferguson: “il regime saudita si sta rapidamente avvicinando alla propria data di scadenza”, e deve tener conto che la nuova leadership egiziana è ancora in fase di legittimazione e consolidamento. Contestualmente, con l’accordo sul nucleare con l’Iran, l’asse americano-saudita va allentandosi. In queste frizioni un ruolo non secondario è giocato dal controllo dei prezzi del petrolio. In questo scenario caleidoscopico cerca spazio un nuovo soggetto: la Russia. L’acutizzarsi dello scontro intra-islamico riattualizza la profezia di Podhorez: guerra subito ( per interposto soggetto l’Arabia Saudita) o guerra nucleare poi, ma rende più urgente un approccio negoziale: riforme in cambio di stabilità e progressiva apertura dei mercati nel contesto di un riassetto dell’intera area oltre le griglie dell’accordo Sykes-Picot.

1 2 3 4