Il Ritorno dei grandi spazi La Terra tra la teologia-politica dell’Anima e la Geoeconomia

Le miliziane e i miliziani curdi in difesa di Kobane fanno riemergere fossili antropologici che risplendono nell’aurea del martirio  forze telluriche che contrastano l’orrore dell’annientamento perpetrato dalle milizie del Califfato del Levante, orda teologico-politica contemporaneamente pre e post moderna. Figure di combattenti primordiali, tenacemente sopravvissuti sia allo spaesante avvento delle modernizzanti statuazioni post coloniali, ammantate di neutralizzanti nazionalismi, sia al nientificante avvento delle moderne ondate della globalizzazione.

Nei pochi mesi che ci separano dall’esplosione delle Primavere Arabe, salutate come l’inizio della normalizzazione delle ultime enclave non secolarizzate dello spazio e delle antropologie del moderno, la trama del mondo globalizzato è stata profondamente lacerata. Alla spazialità uniforme e indifferente del tempo lineare del calcolo economico, dove ogni politica estera si riduce a “politica interna mondiale” in cui la guerra è stata abolita e le azioni militari sono sempre azioni di ordine pubblico, di ripristino della legalità e della pace (peacekeeping), si contrappongono nuove soggettività riemerse in questa nuova dimensione spazio-temporale che riannoda arcaiche antropologie. Le stesse che fanno rivivere in modo sinistro le considerazioni di Sir Henry Maine, (giurista britannico del secondo Ottocento): “War appears to be as old as mankind, but peace is a modern invention”.

Il tentativo di organizzazione geopolitica degli spazi teologici

Il sistema Wesphaliano , o dell’equilibrio delle potenze, è stato il tentativo più potente di dare ordine allo spazio messo in campo dall’Occidente.

Per oltre quattro secoli questo imperativo ha governato le relazioni tra gli Stati e ha rappresentato la grammatica di base per la lettura e l’organizzazione razionale degli spazi antropizzati ed economicamente rilevanti.

Così l’Europa della modernizzazione, quella dei secoli 18° e 19°, della messa in forma razionale dello spazio, del conto economico, dello sviluppo tecno-scientifico e della potenza globale dominante, imponeva la sua razionale organizzazione degli spazi secondo le rispettive sfere d’influenza.

Il luogo dove oggi è possibile cogliere, con maggiore nitidezza, gli scarti e le trame delle diverse visioni dell’organizzazione simbolica e istituzionale degli spazi antropizzati che non collimano con la narrazione della zivilization (colonialismo) è il quadrante mediorientale.

In questi luoghi la potenza uniformante dell’occidente ha subito, e continua a subire, inciampi.

Lo smembramento del “grande malato d’Europa”

Nel corso della Grande Guerra le potenze coloniali francese e britannica disegnarono sulle spoglie dell’impero ottomano, chiamato anche “il grande malato d’Europa”, la nuova mappa geopolitica del Medio Oriente nei confini ancora oggi conosciuti. La nuova carta geografica, frutto degli equilibri del dopoguerra, definisce le nuove sfere d’influenza attraverso i diversi accordi e trattati imposti da Francia e Regno Unito: l’accordo Sykes-Picot (1916), la Dichiarazione Balfour (1917), la Conferenza di Pace (1919), il trattato di Sevres (1920) e il Trattato di Losanna (1923). Francesi e britannici ridisegnarono i confini interni ed esterni delle province arabe dell’Impero ottomano e lo fecero come proiezione dei loro interessi interni.

L’accordo Sykes-Picot (1916)Il primo accordo tra le potenze coloniali sul futuro delle province arabe dell’Impero Ottomano fu quello Sykes-Picot, che venne concluso il 16 maggio 1916 da Francia e Regno Unito, tra Sir Mark Sykes e François Georges-Picot. L’accordo prevedeva la frantumazione del Levante e della Mesopotamia, in particolare dello spazio tra Mar Nero, Mar Mediterraneo, Mar Rosso, Oceano Indiano e Mar Caspio, allora parte dell’Impero ottomano.
Secondo questo accordo, il Levante e la Mesopotamia sarebbero stati divisi in cinque zone:

  1. Zona di amministrazione diretta francese formata dall’attuale Libano e dalla Cilicia;
  2. Zona araba A, d’influenza francese nel nord della Siria e nella provincia di Mosul;
  3. Zona di amministrazione diretta inglese formata da Kuweit e dalla Mesopotamia;
  4. Zona araba B, d’influenza britannica, comprendente Siria meridionale, Giordania e il futuro mandato della Palestina;
  5. Zone d’amministrazione internazionale, comprendente San Giovanni d’Acri, Haifa e Gerusalemme. Il Regno Unito otterrà il controllo dei porti di Haifa e di Acri.

Il doppio sguardo dell’Occidente: “Zivilitation” versus “Autodeterminazione”

Gli Stati Uniti guidati da Woodrow Wilson, alfieri dell’autodeterminazione dei popoli, non parteciparono alle delegazioni Sykes-Picot. La posizione dell’Amministrazione Wilson sull’assetto geopolitico del mondo all’indomani della Grande Guerra, espressa in 14 punti, fu portata l’8 Gennaio 1918 davanti al Congresso degli Stati Uniti. Il dodicesimo punto indicava la posizione sulla divisione dell’Impero Ottomano: “Alle regioni turche dell’impero ottomano, dovrebbe essere garantita la sovranità e la sicurezza, ma per le altre nazioni che sono ora sotto il dominio turco, dovrebbe essere garantita la sicurezza assoluta della vita e la piena opportunità di svilupparsi autonomamente; riguardo allo stretto dei Dardanelli, dovrebbe rimanere sempre aperto, per consentire il libero passaggio alle navi e al commercio di tutte le nazioni, sotto delle garanzie internazionali”.

Mentre le Potenze Europee si mantenevano all’interno dell’orizzonte politico-culturale della Conferenza di Berlino del 1884, con la quale si sancì la spartizione dell’Africa, la posizione degli Stati Uniti di fronte ai progetti di suddivisione del Levante, alla vigilia della Conferenza di Pace del 1919, si presentava in modo più articolata. Il Presidente Americano Woodrow Wilson agiva ispirandosi ad una visione che tentava di coniugare la spinta “liberatrice” degli Stati Uniti, (la “buona volontà” e il “libero arbitrio”), con il nuovo realismo politico della emergente potenza globale. Il nuovo assetto doveva tenere conto del nuovo equilibrio tra le potenze occidentali vincitrici del conflitto grazie al soccorso americano. La trama del dispiegarsi della “Zivilitation” dovrà da adesso in poi tener conto della declinazione “Atlantica” del processo di modernizzazione. I trattati ancora improntati sui principi della dottrina europea non rifiutarono completamente le pressioni americane. Le potenze occupanti britannica e francese riconobbero la sovranità delle regioni turche dell’Impero. Nelle regioni arabe i principi della “sicurezza assoluta della vita e la piena possibilità di svilupparsi autonomamente” furono assicurati attraverso un periodo di protettorato coloniale che avrebbe progressivamente garantito la loro indipendenza.

Terra e mare nel XX secolo: elementi di geopolitica Westphaliana
Lo scenario internazionale, all’indomani della Grande guerra, è cambiato profondamente. Dal grembo del primo conflitto a scala mondiale nel corpus dell’equilibrio eurocentrico scaturiscono le prime crepe che lasciano intravvedere i segni di un nuovo assetto incardinato sull’emergente dualismo tra una nuova potenza marittima, costruita sull’asse del nord atlantico (Gran Bretagna, USA) a guida americana e la terra dei “Soviet” che diventerà il nuovo impero terraneo.

Nel campo occidentale gli Stati Uniti rivendicavano il loro ruolo nell’organizzazione dei nuovi assetti globali, mentre le potenze declinanti (Francia e Regno Unito) stavano preparando a una soluzione globale del Medio Oriente, secondo il modello applicato in Africa. Gli Stati Uniti ottennero che le province arabe dell’Impero ottomano sotto occupazione fossero indirettamente controllate dalla Lega delle Nazioni. In base a questa determinazione un nuovo sistema giuridico venne introdotto gradualmente. La Società delle Nazioni organizzò, nel contesto di un comitato, una consultazione delle popolazioni interessate. La Commissione d’inchiesta King-Crane venne inviata nel 1919 in Palestina, Libano, Siria e Cilicia per indagare sui desideri dei popoli circa il loro futuro. Anche in Iraq gli inglesi lanciarono una consultazione pubblica tra il dicembre del 1918 e il gennaio del 1919. Francia e Inghilterra, percependo che la situazione gli stava sfuggendo di mano, lasciarono il comitato e imposero ai territori interessati nuove frontiere, come venne specificato dall’accordo Sykes-Picot. La Lega delle Nazioni gli affidò, nel 1920, un mandato sulle province arabe dell’Impero Ottomano che doveva portare rapidamente, almeno in teoria, all’indipendenza dei due territori. Nel marzo del 1920 il Congresso Nazionale siriano, eletto nel 1919, rifiutò  il mandato francese e proclamò unilateralmente l’indipendenza del paese. Nell’aprile del 1920 la conferenza di San Remo confermò l’accordo Sykes-Picot e legittimò l’intervento militare francese. Le truppe del generale Gouraud entrarono a Damasco a luglio.

L’intervento armato decretò il crollo del “grande progetto arabo” di raccogliere, attorno a Damasco, le province arabe già facenti parte dell’Impero Ottomano. E proprio dalla suddivisione della province arabe furono tracciati i confini dei nuovi Stati: Iraq, Giordania, Kuwait, Libano e Palestina.

La modernizzazione versus l’homo sovieticus

Anche il tentativo di modernizzazione del secondo dopoguerra degli anni Cinquanta e Sessanta si sviluppa all’interno di uno schema wesphaliano, in un quadro mondiale dove al vecchio equilibrio europeo si va sostituendo l’equilibrio mondiale “bipolare”. La nuova revisione porta a due eventi principali:

  1.  la caduta delle monarchie create dall’imperialismo francese e britannico all’indomani della Grande Guerra, la monarchia di Idris I di Libia (1951-1969), il Regno d’Egitto (1922-1953), il Regno d’Iraq (1921-1958), la monarchia dello Yemen (1918-1962);
  2.  l’indipendenza delle colonie francesi e inglesi in Africa del Nord e nel Medio Oriente.

1978: Camp David ovverol’ultimo tentativo di manutenzione degli spazi mediorientali nell’equilibrio bipolare

L’area Medio-orientale, riorganizzata secondo i principi westphaliani all’indomani della Grande Guerra, subisce una prima revisione dopo la Seconda Guerra Mondiale, negli anni Cinquanta e Sessanta, con la liquidazione delle monarchie istituite dopo la Prima Guerra Mondiale, da parte delle giovani elites militari e l’indipendenza delle colonie francesi ed inglesi in Africa del Nord e Medio Oriente.

La seconda revisione porta il sigillo dell’ordine di Camp David, del 1978, a seguito della guerra dell’ottobre 1973. Per tre decenni, Mubarak, Saddam, gli emiri e i sultani della penisola arabica, si imposero come garanti della stabilità e interlocutori dell’occidente.

I due assi belligeranti in Medio Oriente: elementi di geopolitica post Westphaliana.
Lo sguardo dissonante sulle “primavere arabe”

Con la caduta dell’ordine bipolare e le successive ondate della globalizzazione, o meglio dell’occidentalizzazione degli spazi, la grande area arabo-mussulmana delimitata dai monti dell’Atlante, dal Mar Nero, dal Mar Caspio, dall’Oceano Indiano e dal Mar Rosso è percorsa da una profonda spinta al cambiamento. I tentativi di modernizzazione della seconda metà del secolo scorso si sono ossificati in regimi retti da clan sempre più isolati dalle aspettative delle rispettive popolazioni. Le elite giunte al potere con le promesse benessere e sviluppo delle arcaiche società, sponsorizzate da Washington e Mosca, si sono trasformate in caste corrotte e scollegate dai bisogni delle masse. Allo stesso tempo il dividendo del petrolio non diventa un volano dello sviluppo, ma un potente alimento delle diseguaglianze. La modernizzazione occidentale è vista dalle moltitudini come corrompimento dei legami tradizionali e impoverimento dell’individuo, costretto a muoversi nello spazio della razionalità economica senza le reti di protezione comunitarie.  In questo contesto il richiamo idenditario e i legami comunitari garantiti dalla tradizione religiosa riemergono come  forze telluriche di unificazione.

La primavera araba è profondamente segnata de queste spinte contraddittorie, da una parte il richiamo modernizzante dell’occidente delle elite scolarizzate, capaci di orientare i circuiti della comunicazione mondiale, che si rivoltano contro la corruzione e il tradimento delle promesse della modernizzazione, per contro un sentimento popolare ancestrale che vede nella richiesta di occidentalizzazione un tradimento dei propri valori e un cedimento all’occidente.

Questo’ampio spazio geopolitico è agito e spinto da logiche e capacità di lettura degli avvenimenti dissonanti. Gran parte delle potenze e della diplomazia occidentale, e parte delle stesse classi dirigenti locali, si muovono nell’ambito degli schemi classici delle relazioni estere, codificati dalla modellistica della cultura dell’equilibrio Wesphaliano. Altre forze in campo, invece, sfuggono a questa logica.

La prima rottura del monopolio Wesphaliano nell’organizzazione delle relazioni internazionali può essere fissata con l’attentato dell’11 settembre 2001 e la successiva offensiva contro gli Stati Canaglia. La stessa teoria dell’esportazione della democrazia di stampo “neocons”, con vaghi riverberi Wilsoniani, allude al tentativo americano di incardinare le nuove relazioni internazionali su paradigmi valoriali che superano la fredda logica dell’equilibrio.
Sotto la presidenza di Mohmud Ahmadinejad (2005 – 2013) l’Iran spinge per affermarsi come potenza regionale egemone in grado di riorganizzare gli spazi del Levante e della Mesopotania: la grande area delimitata dal Mar Nero, Mar Mediterraneo, Mar Rosso, Oceano Indiano, Mar Caspio. Il criterio di riorganizzazione spaziale è squisitamente teologico-politico, tutte le considerazioni nazionaliste e statuali sono spazzate via sotto l’urgenza della costruzione della “mezzaluna sciita”. Si lavora al consolidamento dell’arco sciita costituito dall’Iran a est dal Libano ad ovest, attraversando l’Iraq e la Siria.

Questo nuovo assetto del Medio Oriente si basa su tre paesi: Iran, Siria e Libano (ai quali si aggiunge il governo Maliki in Iraq, dopo il ritiro delle truppe statunitensi). Il disegno è plasticamente descritto, dopo la seconda guerra del Libano nel 2006, da Hassan Nasrallah, capo degli Hezbollah, che definisce il processo di riorganizzazione in corso come asse costituito da tre “corpi”: la spalla (Iran), il braccio (Siria) e il pugno (Libano). A questo asse, si contrappone un fronte costituito dall’Arabia Saudita, dalla Giordania, dagli emirati e dai sultanati della penisola arabica, dall’Egitto a sud e dalla Turchia a nord.

L’insurrezione armata in Siria e l’improvvisa comparsa di gruppi islamici salafiti sulla scena degli eventi, non può essere compresa né dal racconto di quei media che leggono quella realtà ancora nel contesto “occidentalizzato delle primavere arabe”, né secondo l’ottimistica vulgata dell’esportazione della democrazia. Una lettura più attenta deve tener conto anche di altri fattori:

  1. delle componenti etniche e religiose del paesaggio mediorientale;
  2. delle condizioni storiche della nascita di nuovi stati in Medio Oriente, dopo lo smembramento dell’impero ottomano nel 1918;
  3. del fallimento del tentativo di introdurre le forme della statualità improntate al principio del “rule of law”;
  4. dell’incapacità di tradurre in pratiche concrete le premesse delle modernizzazioni tentate all’indomani della Seconda guerra mondiale.

Spazi teologici e spazi economici geografie a confronto

Come si è già detto poco prima, l’attuale mappa geopolitica del Medio Oriente, nei confini ancora oggi conosciuti, fu elaborata nel pieno della Grande Guerra e fu il frutto delle sfere d’influenza ratificate dai diversi accordi e trattati imposti da Francia e Regno Unito, le due grandi potenze coloniali del tempo: l’accordo Sykes-Picot (1916), la Dichiarazione Balfour (1917), la Conferenza di Pace (1919), il trattato di Sevres (1920) e il Trattato di Losanna (1923). Francesi e britannici ridisegnarono i confini interni ed esterni delle province arabe dell’Impero ottomano, come proiezione degli interessi interni.

Il testo dell’accordo sottoscritto dai governi Francesi e Inglesi il 16 maggio 1916 descrive simbolicamente la visione economica dello spazio, propria della cultura Westphaliana delle potenze europee. La suddivisione degli spazi, è classificata neutralmente, secondo i dettami della geometria piana, come area A, sotto l’amministrazione Francese o area A sotto l’amministrazione Inglese. Nello stesso testo si specifica che al Regno unito sono concessi i porti di Haifa e San Giovanni d’Acri ed è garantito lo sfruttamento delle acque dei fiumi Tigri ed Eufrate (punto 4 del trattato); che Alessandretta sarà un porto aperto (punto 5); che la ferrovia di Bagdad nell’area A (Francese) non verrà estesa verso sud oltre Mosul e nell’area B (Inglese) verso nord oltre Samara (punto 6); che il Regno Unito ha il diritto di costruire una ferrovia che collega Haifa con l’area B ( punto 7).

Da ciò emerge chiaramente che lo spazio è antropologicamente e simbolicamente vuoto, contraddistinto da approdi e rotte commerciali, i confini sono semplici delimitazioni spaziali.

Già la Dichiarazione Balfur del 1917 aveva introdotto la prima pietra d’inciampo nella messa in forma dello spazio mediorientale. L’homeland, ovvero il focolare offerto agli ebrei, radicherà in quel territorio un elemento teologico-politico irriducibile alla normalizzazione economica degli spazi.

I rivolgimenti indotti dal fallimento delle modernizzazioni sperimentate dalle elites militari nel secondo dopoguerra (Iraq, Siria, Egitto, Libia) segnano l’emergere di antropologie che rileggono in termini teologico-politico gli spazi (Mussulmani versus Ebrei; Sunniti versus Sciiti; ecc.), segnando al contempo linee di confini inedite di inimicizia assoluta. La guerra come faida ancestrale definisce l’interno e l’esterno della comunità che incarna e rende sacro il territorio.

Guerra civile mondiale

L’11 settembre del 2001 il mondo viene gettato nel tempo della guerra civile mondiale. Nella risposta americana si avverte lo scarto: la guerra al terrore, la lista degli “stati canaglia”, la “coalizione dei volenterosi”, l’invasione dell’Afganistan sono iniziative che si pongono oltre lo schema dei rapporti improntati dalla cultura dell’equilibrio di potenza. Quello scarto, presente soprattutto nelle riflessioni di Donald Rumsfeld, non è stato sistematizzato.

L’Occidente, spaventato dall’irruzione di uno spazio  sconosciuto, popolato dall’anomia della globalizzazione ma anche da figure dell’orrore di un tempo arcaico che si proietta nel futuro, si è rifugiato in riti conosciuti. La fenomenologia del conflitto nel tempo della guerra civile mondiale, delle nuove figure dei combattenti (miliziani, jihadisti, mujahidin, foreign fighters, terroristi, militari, milizie private, ecc), dei nuovi mezzi e materiali (la cyber warfare, le armi intelligenti, i droni, ecc), delle forme stesse dello scontro, delle norme che regolano ad esempio il trattamento dei prigionieri o la esecuzione del nemico catturato, eccede la forma classica e codificata della Guerra, che prevedeva come nemico uno Stato, essendo la guerra possibile solo tra Stati.

Dopo il tramonto dello “Jus publicum europaeum” l’Occidente ha continuato a guardare il mondo con lenti smerigliate da mole Westphaliane attraverso le quali lo spazio diventa uniforme ed è organizzato dalle delimitazioni del “Nomos” territorializzato.

Nella sua marcia espansiva l’Europa ha organizzato gli spazi geografici, che di volta in volta gli si spalancavano d’avanti, in spazi delimitati e ordinati dal suo “Nomos” . Sia la stagione dominata dalla spinta della “zivilitation” (colonialismo), sia quella dominata dai principi dell’autodeterminazione (colonialismo tecnico-economico), sia l’attuale in cui prevale il tentativo di esportazione della democrazia, sono costruite secondo i principi dell’ordinamento interno dello spazio dettato dal “rule of law” e secondo quelli Westphaliani dell’equilibrio di potenze come regolatore dei rapporti esterni. Equilibrio sempre precario, soggetto all’anarchico calcolo di potenza, e precariamente ricostruito attraverso la guerra. La guerra diventa così l’elemento di correzione e ricostruzione dell’equilibrio. Diventa un elemento prevedibile la guerra stessa andava messa in forma,

Con l’autorizzazione per l’uso delle forze armate degli Stati Uniti  “contro le nazioni, organizzazioni e persone” del Congresso USA, il 18 settembre 2001 si ha la prima certificazione formale del superamento dei principi Westphaliani, l’azione armata americana appare come un prolungamento dell’azione di polizia nel mantenimento dell’ordine civile interno proiettato nello spazio imperiale.

Il sistema internazionale occidentale avvertì quello cambio di passo e cerco di mantenere l’iniziativa militare statunitense all’interno dei binari classici. L’azione, anche se preventiva, fu scatenata contro soggetti classici dell’atto di guerra: Afghanistan e Iraq, e presentata come autodifesa, infatti nella dichiarazione del 18 settembre 2001 Bush individua come destinatari degli attacchi militari americani “quelli che pianificano, autorizzano, commettono o aiutano gli attacchi dei terroristi contro gli Stati Uniti e i suoi interessi – inclusi quelli che li nascondono – che minacciano la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. La promessa di punizione proferita dal Presidente americano non si fermava di fronte a nessuna frontiera, il Presidente era autorizzato ad agire contro nazioni straniere senza dichiarazioni di guerra.

Gli anni successi all’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq segnano un ripensamento. Si cerca di ricostruire il tessuto ormai logoro del “diritto internazionale di matrice Westphaliana”.

La primavere arabe e l’esplosione dei conflitti teologici nell’area siro-irachena pongono la guerra oltre i principi regolatori degli schemi e delle convenzioni internazionali. La guerra cambia natura e scopi.

Nella richiesta di autorizzazione all’uso delle forze armate degli Stati Uniti indirizzata al Congresso Americano, il Presidente Obama, l’11 febbraio 2015, dichiara  che “il così detto Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) pone una minaccia al popolo e alla stabilità dell’Iraq, la Siria e il più ampio Medio Oriente e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Minaccia il personale e i beni americani della regione ed è responsabile della morte di cittadini americani […] se lasciato incontrollato l’ISIL pone minacce oltre il Medio Oriente sullo stesso territorio degli Stati Uniti […]. L’autorizzazione che io propongo serve a garantire la flessibilità per condurre le operazioni di combattimento sul terreno in altre, più limitate circostanze, quali quelle come le operazioni di salvataggio che coinvolgono personale americano o alleato o l’uso di forze speciali per azioni contro la leadership dell’ISIL”.

Il Congresso ha autorizzato il Presidente Obama affinché “determini quanto necessario e appropriato contro l’ISIL o gli individui e le organizzazione che combattono per, o a nome di, o insieme all’ISIL o ogni entità successiva strettamente collegata ostile agli Stati Uniti o alla coalizione”.

Pur diverse nei toni, le due autorizzazione del Congresso pongono il tema del superamento del concetto classico della Guerra.

Per inciso va ricordato che analoghe considerazioni andrebbero sviluppate anche sul tema che viene sottolineato dallo svolgimento della crisi tra Ucraina e Russia che coinvolge direttamente l’Europa, che non affronteremo in questa sede.

Nehmen, Teilen, Weiden e il Welfare della Guerra

L’appropriazione, la distribuzione e la produzione, rappresentano i termini concetto che connotano la nascita della sintesi politica agli albori della comunità. È proprio dell’ancestrale e primordiale battuta di caccia, quella dell’azione del capocaccia che guida alla cattura della preda e che poi distribuisce le parti tra i partecipanti, che si è codificato il sorgere del politico, del capo che guida all’appropriazione e alla successiva distribuzione, che cementa la nascita del gruppo. Solo successivamente, con la parziale sedentarizzazione, il termine “produzione” entra nel circuito della costituzione del politico.

Proveremo a leggere la “Questione Palestinese” con le lenti del Welfare della Guerra, ossia la torsione di alcuni aspetti del conflitto come forma assistenziale di
sostentamento che sussumono gli obbiettivi politici. Nel tempo delle lacerazioni delle trame della modernità la guerra, da elemento fondativo, viene piegata ad elemento paliativo, sotto l’incalzare di un doppio movimento quello spaesante della uniformazione tecnico-economica e la contro risposta che riporta in luce antropologie premoderne che reinterpretano in modo paradossale la formazione della sintesi politica e il suo sostentamento. La sua permanenza determina lo stato di eccezione che garantisce alla sintesi politica dominante (Fatah, Hamas) il diritto alla “preda”, gli aiuti internazionali, e la sua distribuzione.
La Questione Palestinese costituisce, nel novero della geopolitica moderna, il principale prodotto della distonia tra le “politiche dell’equilibrio”, i “principi Wilsoniani” e le 7 nuove logiche della “guerra civile mondiale”. Con la costituzione dello Stato d’Israele, le guerre Arabo-Israeliane e la conseguente occupazione Israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza si dà origine alla “Questione Palestinese”.

I prodomi del welfare militare

Col termine Striscia di Gaza si indica un territorio palestinese autonomo e autogovernato dal 2005. Si tratta di una regione costiera di 360 km² di superfice, popolata da circa 1.645.500 abitanti di etnia araba. Rivendicato dai Palestinesi, assieme alla Cisgiordania e a Gerusalemme Est come parte dello Stato di Palestina, governato dal movimento di Hamas, è al contempo considerato territorio occupato da Israele per il controllo delle sue frontiere, al centro dunque del conflitto Israelo-Palestinese. Dal 2012 l’ONU riconosce formalmente la Striscia come parte dello Stato di Palestina, entità statale semi-autonoma. Quest’area non è riconosciuta internazionalmente come uno Stato sovrano, ma è reclamata dall’Autorità Palestinese come parte dei propri territori.

Economia e welfare militare

I principali partner commerciali della Striscia di Gaza sono Israele, Egitto e la Cisgiordania. Prima della seconda rivolta palestinese, scoppiata nel settembre 2000, circa 25 mila lavoratori dalla Striscia di Gaza, si recavano ogni giorno in Israele per lavoro. Da allora la produzione economica nella Striscia di Gaza, anche per il persistente controllo dei confini, non è mai uscita dalla sussistenza, dalla marginalità. Gli aiuti internazionali anche se consistenti hanno dato luogo ad una estesa e sistematica corruzione e cattiva gestione da parte dell’ANP. Il numero di residenti di Gaza che vive sotto la soglia di povertà costituisce circa l’85% della popolazione. Fu proprio la lotta contro questi estesi fenomeni che permise ad Hamas di conquistare, nelle elezioni del 2006, la maggioranza contro Fatah, il partito al governo. Lo scontro non era finalizzato alla moralizzazione della vita pubblica. Lo scontro, culminato con la “battaglia di Gaza”, come ogni vera lotta per il potere aveva anche l’obbiettivo dell’appropriazione delle risorse garantite dagli aiuti internazionali per alimentare un proprio “welfare della guerra”. Israele, USA, Canada e l’Unione Europea per non dare questo pretesto hanno congelato tutti i fondi alla Palestina dopo la formazione di un governo controllato da Hamas, vincitore delle elezioni legislative del 2006. Hamas è infatti considerata dalle maggiori democrazie occidentali un’organizzazione terroristica.

Economia di guerra e welfare militare

Durante il controllo israeliano della Striscia di Gaza i coloni israeliani di Gush Katif, un blocco di 17 insediamenti israeliani nel sud della Striscia di Gaza, avevano costruito serre e sperimentato nuove forme di agricoltura. Le serre stesse occupavano centinaia di palestinesi provenienti Gaza. Con il ritiro degli israeliani e lo sgombro delle colonie dalla Striscia nell’estate del 2005, le serre furono acquistate con i fondi raccolti da un ex Presidente della Banca mondiale, James Wolfensohn, e donate al popolo palestinese come base per iniziare la loro economia. Tuttavia, lo sforzo di miglioramento è stato limitato dell’incapacità di attrezzare, con gli aiuti internazionali, la necessaria infrastrutturazione per la gestione dell’acqua e una rete commerciale per la distribuzione dei prodotti. Incapacità dovuta anche alla corruzione dilagante all’interno dell’Autorità palestinese. La maggior parte delle serre sono poi state saccheggiate o distrutte. Continua perciò a mancare una produzione sistematica che possa affrontare le esigenze della popolazione e la maggior parte dei rifornimenti arriva dal contrabbando. Con la ripresa dell’attività militare di Hamas, nel 2008, e la risposta di Israele con l’operazione “piombo fuso” lanciata nel dicembre dello stesso anno, furono distrutte le fondamentali infrastrutture che alimentavano l’ordinario contrabbando. Dopo il bombardamento di decine di gallerie infatti, il rifornimento dei prodotti di base è diminuito in maniera significativa. Un sacco di farina è venduto per più di 200 NIS (circa 53 dollari), rispetto a 100 NIS (26,5 dollari) prima dell’avvio dell’operazione militare; i prezzi del carburante hanno subito la stessa sorte. Con la presa del potere di Hamas sulla striscia di Gaza si assiste ad un’imprenditorializzazione dell’economia del contrabbando e dell’aiuto pubblico, della donazione. L’industria dei tunnel ha prosperato da quando Hamas ha assunto controllo della Striscia di Gaza, nell’estate del 2007, come mezzo per raccogliere fondi da parte dell’organizzazione in cambio di un buon profitto. Sono infatti i privati che scavano i tunnel, ma per tenerli aperti devono pagare una sorta di tassa ad Hamas. Con l’Operazione Piombo Fuso e la distruzione di molte gallerie di contrabbando a Rafah, città al confine con l’Egitto, molti dei piccoli investitori nella Striscia sono caduti vittima di un investimento sbagliato, nel migliore dei casi, e di una grande truffa nel peggiore. Infatti, gli abitanti di Rafah si sono preoccupati fin dall’inizio dell’operazione Piombo Fuso per il rallentamento economico che sarebbe potuto derivare dai danni causati ai tunnel usati per il contrabbando di armi con l’Egitto. Le gallerie erano diventate una fonte di prosperità per la città di Gaza negli ultimi due anni, e ora c’è la grande preoccupazione che le future disposizioni in materia di sicurezza limitino il loro uso. Si valuta che il reddito creato grazie al contrabbando attraverso i tunnel fosse di circa 30 milioni di dollari l’anno fino al 2006 e che avesse raggiunto i 650 milioni dollari il primo anno in cui Hamas è salito al potere. A seguito dell’offensiva israeliana nel dicembre 2008, Hamas attraverso una nuova iniziativa mira ad utilizzare i soldi provenienti da diversi donatori al fine di aumentare i fondi necessari per la ricostruzione della Striscia di Gaza. Diverse organizzazioni arabe e islamiche si sono impegnate auto nomante per la sua ricostruzione, trascurando la conferenza dei donatori svoltasi a Sharm el-Sheikh, in Egitto nel mese di febbraio dello stesso anno, che si era riunita proprio allo scopo di raccogliere fondi. Di certo ci sarebbe stato un problema, visto che la conferenza, per dare i finanziamenti, sarebbe dovuta passare attraverso il governo legittimamente eletto, quindi coinvolgere anche l’autorità palestinese. Come sia andata alla fine non si sa. Certo che le cose si sono molto complicate. Le raccolte fondi però non sono finite: nel gennaio 2009, al termine dell’offensiva israeliana a Gaza, circa 50 stazioni televisive in tutto il mondo arabo hanno unito le forze per una speciale trasmissione dedicata alla Striscia di Gaza. Nel primo giorno della campagna è stato raccolto circa mezzo miliardo di dollari, donato sia dai cittadini del mondo arabo sia dagli arabi e musulmani residenti all’estero. Il denaro è stato depositato in conti bancari, aperti appositamente per questo scopo. Questi aiuti sono ovviamente vincolati al rispetto delle condizioni per la tregua.

Breccia nel confine tra Striscia di Gaza e Egitto

Il tentativo delle forze internazionali di controllare il contrabbando delle armi, principalmente quello dei razzi, o di suoi componenti, ha imposto nuove regole restrittive di controllo dei valichi e misure per bloccare i tunnel. Ciò rischia di fermare una delle principali arterie che alimentano uno dei due polmoni dell’economia di Gaza, il contrabbando. La violazione del confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto nel gennaio 2008, testimonia come l’economia di sussistenza di Gaza sopravvive grazie agli aiuti internazionali e al contrabbando. Le Nazioni Unite stimano che circa la metà dei 1,5 milioni di abitanti della Striscia di Gaza hanno attraversato la frontiera egiziana in cerca di cibo e di rifornimenti. L’Egitto aveva chiuso il Valico di Rafah nel giugno 2007, pochi giorni prima che Hamas prendesse il controllo di Gaza. La violazione è seguita al blocco della Striscia di Gaza, iniziata con riduzioni di forniture del combustibile nell’ottobre 2007. Un blocco totale era cominciato il 17 gennaio 2008 a seguito di un aumento del lancio di razzi su Israele provenienti da Gaza.

L’economia dei tunnel sotterranei

I tunnel sono stati scavati sotto la barriera che separa l’Egitto dalla Striscia di Gaza al fine di aggirare l’embargo e far entrare alimenti, medicinali e armi. La barriera attraversa il confine internazionale, lungo il Philadelphi Route, che è una zona cuscinetto lungo il confine creato dal trattato di pace tra Israele e Egitto. Il corridoio Philadelphia, come specificato negli accordi di Oslo, era sotto il controllo militare israeliano, al fine di rendere sicuro il confine con l’Egitto. Quando Israele si è ritirato dalla Striscia di Gaza nel 2005, il corridoio Philadelphia è stato posto sotto il controllo dell’ANP. Poi, quando Hamas ha preso il comando della Striscia di Gaza, anche il corridoio Philadelphia dal lato della Striscia di Gaza è finito sotto l’amministrazione di Hamas. Alla fine del 2009 l’Egitto ha avviato la costruzione di una barriera sotterranea in acciaio, con l’obiettivo di bloccare i tunnel esistenti e rendere più difficile la costruzione di nuovi. Rafah è situata al confine della Striscia di Gaza e l’Egitto. Grazie a questa posizione strategica, vengono costruiti qui i tunnel per il contrabbando. Questi tunnel sono stati e sono principalmente utilizzati da Hamas e dalle organizzazioni militanti palestinesi per portare viveri, vestiti, medicinali e armi provenienti dall’Egitto nella Striscia di Gaza. Le gallerie collegano la città egiziana di Rafah con il campo profughi palestinese di Rafah nella Striscia. Le gallerie sono state successivamente utilizzate per il passaggio di persone. Le gallerie sono normalmente scavate da imprese palestinesi e arrivano fino a 15 metri di profondità e fino a fino a 800 metri di lunghezza. Durante “l’Operazione Piombo fuso” i tunnel sono stati bersaglio dei raid aerei israeliani. Sembra che dei circa 3.000 tunnel sotterranei che erano operativi prima dell’offensiva israeliana, solo 150 potevano essere utilizzati alla fine del conflitto. 12 miliardi e 700 milioni di dollari per il Welfare della guerra palestinese Il welfare militare dei palestinesi, garantito dagli aiuti internazionali dal 2007 al 2014, ammonta a 8 miliardi e 511 milioni di dollari ( vedi tabella 1) . Le risorse sono state 1 garantite per 3 miliardi di dollari dai paesi arabi, per 3 miliardi e 348 milioni di dollari dall’Unione Europea e dai Paesi europei, per 1 miliardo e 200 milioni di dollari dagli Stati Uniti attraverso i canali internazionali e per 897 milioni da altri paesi donatori. Per l’assistenza bilaterale gli Stati Uniti dal 2008 al 2015 hanno stanziato 8 miliardi e 233 milioni di dollari. Complessivamente il contributo internazionale di supporto all’Autorità Palestinese è stato di oltre 12 miliardi e 700 milioni.

Sostegno a stipendi pubblici e pensioni

Dal 1994 l’Unione europea ha fornito assistenza per oltre 5,6 miliardi di euro2 al popolo Palestinese. Dal 2008 il programma di maggior rilievo nel “Territorio Palestinese Occupato” è costituito dal meccanismo di “Sostegno Finanziario Diretto Pegase (d’ora in poi Sostegno Pegase) che ha erogato finanziamenti per circa 1 miliardo di euro dal 2008 al 2012. Il Sostegno Pegase si propone di aiutare l’Autorità Palestinese a far fronte ai propri obblighi nei confronti dei dipendenti pubblici, dei pensionati e delle famiglie più vulnerabili, a mantenere servizi pubblici essenziali e a migliorare le finanze pubbliche. Secondo l’Audit della Corte dei Conti Europea il Sostegno Pegase ha contribuito in maniera significativa a coprire la massa salariale dell’Autorità Palestinese. Tuttavia, a fronte di un aumento del numero dei beneficiari e di una diminuzione dei finanziamenti da parte degli altri donatori tramite il Sostegno Pegase, l’Autorità Palestinese ha registrato nel 2012 gravi ritardi nel pagamento dei salari che sono stati all’origine di disordini tra la popolazione palestinese. Sempre secondo l’Audit, questo sostegno ha contribuito ai servizi pubblici essenziali, ma è stato anche riscontrato “che a Gaza un numero considerevole di pubblici dipendenti veniva pagato senza recarsi al lavoro o senza fornire un servizio pubblico a causa della situazione politica a Gaza”. Nonostante i cospicui finanziamenti erogati attraverso il programma Sostegno Finanziario Diretto l’Autorità Palestinese ha comunque fatto registrare nel 2012 un grave disavanzo di bilancio. Secondo la Corte dei Conti i fondi europei sono stati costantemente erogati e hanno raggiunto i beneficiari ammissibili dal 2008 al 2012. Il numero medio dei dipendenti pubblici e pensionati, la cui retribuzione era in parte regolarmente pagata dai contributi per il Sostegno ai Pubblici Dipendenti e ai Pensionati, è salito da 75.502 a 84.320. Tale cifra rappresenta circa la metà dei 170 mila dipendenti pubblici e pensionati dell’Autorità Palestinese. La spesa media mensile dell’Autorità Palestinese per la retribuzioni dei beneficiari ammissibili al Sostegno Pegase è salita da 45,1 milioni a 62,9 milioni di euro, con un incremento pari a circa il 39%. La Corte registra inoltre che dopo una rapida espansione tra il 2000 e il 2007, a partire dal 2008 l’AP ha cercato di limitare la crescita dell’occupazione nel settore pubblico a 3 mila dipendenti l’anno. Con la presa del potere da parte di Hamas a Gaza e il controllo sulla striscia, i governi occidentali mettono in mora i propri aiuti. Hamas ha sostituito i dipendenti dell’AP con propri aprendo così la questione dei dipendenti pubblici della Striscia di Gaza e del rifiuto della Nazioni occidentali di finanziare la struttura di Hamas attraverso la erogazione degli stipendi. Con il parziale prosciugamento del flusso degli aiuti, le finanze dell’AP incontrano crescenti difficoltà per pagare in tempo le retribuzioni e le pensioni. Da febbraio 2008 sino a giugno 2012, su 52 pagamenti mensili degli stipendi e pensioni dell’AP, 47 sono stati effettuati entro sette giorni dalla fine del mese del Pagamento. Tuttavia, per quel che riguarda tutti i pagamenti a libro paga dell’AP, tra giugno e dicembre 2012 gli stipendi e le pensioni sono stati pagati con oltre 10 giorni di ritardo e persino in tre rate, a causa della mancanza di fondi. Tali ritardi hanno provocato dimostrazioni e scioperi dei dipendenti pubblici a partire dal settembre 2012.3

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